Arrivo in Plaza de la Catedral: di notte la Catedral de San Cristobal de la Habana è magica. Capisco perché il romanziere Alejo Carpentier ha definito «musica trasformata in pietra» la facciata barocca . Furono i gesuiti a dare inizio ai lavori di costruzione della cattedrale nel 1748. In piazza, come sempre, il via vai di varia umanità: turisti, musicisti, perditempo e l’immancabile Juana la cubana. Juana è un donnone di colore che se ne sta seduta sotto un ombrellone da spiaggia a strisce bianche e rosse, fumando un gigantesco sigaro; assomiglia in maniera straordinaria a Hattie McDaniel, l’ interprete del personaggio di Mami, la governante del film Via col vento.
« Io sempre detto che donna in pubblico deve mangiare uccellino e non ingozzarsi come tacchino».
É la frase più famosa che pronuncia Mami nella scena in cui rimprovera Rossella per i suoi modi di stare a tavola, poco consoni alla sua femminilità. Nel doppiaggio italiano, parla in modo sgrammaticato secondo lo stereotipo in voga negli anni del colonialismo.
La Mami habanera è vestita completamente di bianco. Porta un turbante fermato sul lato sinistro da un enorme fiore rosso finto. Al collo un groviglio di collane fatte di conchiglie, sassi e piume varie, che penzolano fino alla cintura. Al polso indossa alcuni bracciali di legno e osso. Anche sul tavolino, ricoperto da una bella tovaglia bianca orlata di pizzo, sono posate conchiglie colorate.
« Puedo sacar una foto?»
Mi risponde con un lieve movimento del capo e un sorriso appena accennato. Mi fa capire che la foto mi costerà un cuc, la moneta convertibile cubana che vale quasi come un euro. Di fronte a lei , seduta su di una seggiola presa a prestito dal bar, una ragazza sta disponendo le conchiglie.
Quando la ragazza si alza e se ne va, Juana mi invita a sedermi. Non ci penso proprio e ringrazio con un cenno della mano .
La curiosità mi spinge a investigare sulla donna. Mi siedo al bar, ordino un zumo de naranja e non appena il cameriere torna con il refresco, lo investo di domande.
Qualsiasi problema, mi dice el camarero, di lavoro, di amore o di salute, lei è in grado di risolverlo. Insomma è una santera. A mezza strada tra animismo e cristianesimo, crocevia di riti e culti antichissimi e magici, la santeria, o Regla de Ocha, è ancora oggi il culto sincretistico maggiormente diffuso a Cuba. Nata dall’ incrocio etnico e religioso tra la cultura cattolica dei coloni spagnoli e quella yoruba portata dagli schiavi provenienti dall’Africa, è la testimonianza dello sforzo straordinario che le popolazioni africane hanno compiuto per serbare la propria identità, le proprie credenze e speranze. Il cameriere non ne parla volentieri, si capisce che ha poca dimestichezza con la materia. Ma le mie domande lo incalzano e scova nella memoria ricordi di sacrifici di volatili, infusi di erbe, lanci di conchiglie sulla sabbia per predire il futuro. I cubani la vivono in modo allegro e pragmatico: una maniera per rendere loro la vita più semplice e risolvere problemi spirituali e materiali. Si pratica nei giorni di festa e il rito è accompagnato dal consumodi carne di cerdo, il maiale, ron e tabacco.
« No hay compasion , no hay lastima , lo que hay es amor y solidaridad »: sono le prime parole che pronuncia Esther La Ochoa, direttrice della scuola speciale per paraplegici Solidaridad con Panama situata a L’Avana nella municipalità di Boyeros. É una bella donna afrocubana, dallo sguardo severo e dai modi fermi che si sciolgono in un dolce sorriso quando parla dei suoi bambini e delle sue bambine. Dice che nella scuola non c’è compassione ma solo amore e solidarietà. Solo l’amore e la solidarietà possono fare scoprire a quanti sono colpiti da gravi disabilità la bellezza della vita e fare accettare le loro “differenze”. Teté, così è chiamata affettuosamente la direttrice, racconta come è organizzata la scuola. Sono 130 i bambini e le bambine, ospiti della scuola, che sono seguiti dal punto di vista fisico, psicologico ed educativo da 110 tra insegnanti, educatori e operatori di sostegno. Una attenzione specializzata – dice – e soprattutto affetto e comprensione sono la migliore medicina che ricevono dai lavoratori del centro e il migliore antidoto ai loro problemi. La scuola è in buone condizioni e possiede discrete attrezzature, anche se non mancano i gravi problemi provocati dal blocco finanziario, economico e commerciale imposto dagli Stati Uniti d’America a Cuba da oltre 40 anni. Mentre attraverso il cortile noto un ragazzino con le stampelle i cui tratti del viso mi ricordano le immagini dei ragazzi che la nostra associazione ospita nella Casa rifugio di Huaraz in Perù. Gli chiedo come si chiama e cosa ci fa in una scuola speciale cubana. Si chiama Pablo Rivera, ha diciotto anni ed è nato a Trujillo in Perù. Viene seguito dalla scuola e frequenta un corso preuniversitario. Ci tiene a sottolineare il fatto che è una escuela internacionalista, che ospita bambini e ragazzi latinoamericani che provengono da Perù, Ecuador, Uruguay e Venezuela. «Cuba – dice – mi ha dato la possibilità di curarmi e di studiare». Si mostra felice quando gli racconto della iniziativa di solidarietà in Perù, di Rossy, Stefano, Carlo, Vania, Bruno, Luisa e degli scout che sono andati a Huaraz e a Quitaracsa a prestare servizio e a mostrare concretamente solidarietà nei confronti dei suoi coetanei lavoratori di strada. Ci lasciamo dandoci appuntamento per l’anno nuovo.
Teté enumera in modo chiaro le necessità della scuola, in particolare la carenza di carrozzelle e di mezzi per il trasporto, privi di elevatori, per i bambini e le bambine che abitano lontano dalla scuola e che fanno ritorno a casa il fine settimana. E lamenta il fatto che gli Stati Uniti d’America proibiscano ai medici di fare visita alle scuole speciali cubane, limitando in questo modo la possibilità di arricchire reciprocamente le conoscenze. Le comunico che entro la fine del mese di dicembre avranno venti carrozzelle nuove donate dalla associazione un Bambino come amico grazie al contributo del Consorzio del Grana Padano che le ha offerte.
Dopo un frugale pasto consumato nel comedor della scuola, i ragazzi più grandi ci offrono un loro spettacolo di salsa. Sono tutti sulle sedia a rotelle e si muovono al ritmo della danza in modo straordinario. « Ai nostri ragazzi diciamo che non si cammina solo con le gambe, ma anche con la testa e con il cuore» sottolinea Teté … ed è proprio vero.
Quando mi congedo da Teté, Luisa, Tatiana, Irta e José, che mi hanno accompagnato e che hanno visitato gli scorsi anni la Casa del Sole , ci tengono a ricordare che anche nell’istituto mantovano hanno trovato lo stesso amore e lo stesso spirito solidaristico da parte del personale e ricordano con simpatia l’incontro che hanno avuto con l’operatore Mario Rolli e con i ragazzi.
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